La quarantena e il pericolo di violenza domestica

 

Per le vittime di violenza domestica restare a casa costituisce un pericolo.

Tra le misure anti-contagio emanate dal Governo per far fronte all’emergenza Coronavirus una prevale su tutti: restare a casa.

Non per tutti, però, “casa” è sinonimo di protezione e sicurezza.

Come spiegato dalla Dott.ssa Valentina Impagnatiello “una delle caratteristiche più comuni nei maltrattamenti familiari è il progressivo isolamento delle vittime di violenza domestica”.

L’effetto delle restrizioni imposte potrebbe inasprire il fenomeno.

I dati raccolti in Cina lo confermano: rispetto a febbraio 2019 le denunce di violenza sono triplicate.

La violenza domestica

La violenza domestica è una forma di abuso commessa tra le mura domiciliari che coinvolge persone legate da un legame affettivo. La natura della violenza perpetuata può essere fisica, sessuale o psicologica.

La violenza psicologica o emotiva

È una forma di brutalità costituita da un insieme di comportamenti di umiliazione ed intimidazione volti a denigrare una persona. Lo scopo ultimo del vessatore è controllare e sottomettere la vittima al proprio volere.

Per fare ciò il vessatore adotta alcuni atti specifici. In particolare, la vittima viene sommersa da ripetute critiche sull’aspetto fisico, da insulti e commenti che sviliscono le sue capacità intellettuali e ridicolizzano le attività svolte.

Questi comportamenti

determinano nella vittima graduale insicurezza, la privazione di autostima e di amor proprio.

A livello psicologico, afferma la dott.ssa Impagnatiello, “la vittima è sottoposta ad un vero e proprio processo distruttivo i cui effetti però, a differenza della violenza fisica, non sono immediatamente visibili”.

 Le difficoltà per le vittime di violenza domestica

Già in epoca pre-epidemia per le vittime di violenza domestica chiedere aiuto era arduo. La paura di ripercussioni, per sé stesse ed i propri figli, le inibiva.

Le attuali circostanze irrompono come una barriera: le donne in isolamento forzato sono ancor più scoraggiate a denunciare.

Il disincentivo arriva da più fronti.

Il vigente disincentivo a recarsi al Pronto Soccorso, per evitare il rischio di contagio, potrebbe impedire la refertazione delle aggressioni subite.

La riduzione dei contatti con il mondo esterno, poi, rende più difficoltoso fare affidamento sulla rete extra-familiare. Da ultimo, la costante condivisione dello spazio domestico con il proprio aggressore determina minori possibilità di chiamare i soccorsi.

 Nonostante le difficoltà un messaggio deve essere chiaro: è possibile liberarsi dalla violenza.

I servizi antiviolenza istituiti per denunciare le violenze e garantire ascolto rimangono attivi.

In questo periodo di q

uarantena, poi, molti psicologi hanno offerto il loro aiuto attivando sportelli di ascolto gratuiti per prestare assistenza a chi ne abbia bisogno.

In questo contesto si inserisce anche l’iniziativa della dott.ssa Valentina Impagnatiello che, insieme alla collega psicologa Stefania Riccardi, ha deciso mettersi a disposizione della collettività offrendo un servizio di sostegno psicologico.

Ci sono, poi, alcune tutele che le vittime di violenza possono azionare.

Acquisire le prove della violenza subita

Come spiega l’investigatore privato Giuseppe Asaro, titolare dell’Agenzia Investigativa Investigando, “è importante avere delle prove della violenza subita”.

Registrare gli episodi di violenza, come suggerito dall’investigatore privato, potrebbe rivelarsi un valido aiuto.

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